di , 15/03/2016

“If you care about user experience, you should care about microinteractions”

Queste le parole statuarie con cui Dan Saffer accende la miccia del suo workshop per Frontiers of Interactions 2015 sull’importanza delle microinteractions all’interno del processo di design. “Se credi di aver a che fare in qualche modo con la UX, allora dovresti preoccuparti di cosa sono le microinteractions”, ed è proprio quello che intendiamo fare in Healthware, dove siamo molto interessati al ruolo che esse possano giocare per fare la differenza nel settore in super espansione della salute digitale. Innanzitutto partiamo con il definirle.

La microinteraction è quella caratteristica del prodotto che esegue un piccolissimo task come silenziare il cellulare tramite un pulsante, votare un applicazione con un tap, visualizzare la parte di percorso rimasta per giungere a destinazione etc. Esse il più delle volte rimangono invisibili fino a che qualcosa va male o, di contro, qualcosa va incredibilmente bene. Nel secondo caso, la microinteraction si eleva a signature moment, ossia finisce con il diventare parte integrante della brand identity (si pensi al like di Facebook o al pulsante ‘mi sento fortunato’ di Google).

Portando questo discorso all’interno della salute, l’insight più immediato che ci viene in mente è che tutto ciò che riguarda l’esperienza utente negli altri settori vale in maniera esponenziale nel settore della salute:

UXHealth = UX r+c+i

dove r è la rilevanza, c e la complessità e i è il grado di intimità con cui il prodotto entra in relazione con l’utente.

Rilevanza

Se è vero che la UX si occupa della progettazione dell’esperienza utente in direzione del suo ‘benessere’, nel settore della salute tutto ciò assume maggior rilievo e diventa complementare alle caratteristiche di base del prodotto: una corretta progettazione dell’esperienza dell’utente non è più solo un’opportunità da poter cogliere, ma costituisce un asset minimo, una conditio sine qua non per far sì che il prodotto abbia successo.

Complessità

La complessità è il terreno ideale su cui la user experience gioca le sue partite migliori. App che forniscono consigli per affrontare al meglio il cancro, o che aiutino a gestire correttamente il proprio diabete costituiscono contesti molto più complessi rispetto a quelle che siamo soliti usare tutti i giorni: la salute non è entertainment tout court ed i rischi di trovarsi di fronte alla dissonanza cognitiva e svariati altri bias sono costantemente dietro l’angolo. In un territorio del genere, anche la singola interazione può essere decisiva e può decretare il successo o la sconfitta del prodotto.

Intimità

Se è vero che il successo di un prodotto digitale dipende dalla capacità del prodotto di assumere caratteristiche umane e di entrare in relazione molto stretta con l’utente, tutto ciò è assai più critico nel settore della salute, dove il prodotto è candidato a immagazzinare tonnellate di informazioni sensibili sull’utente. In futuro, inoltre, non è da escludere che alcuni devices ‘entrino dentro’ l’utente passando da wearables a insideables.

Perché le microinteractions possono giocare un ruolo fondamentale all’interno del digital healthcare? Innanzitutto, va detto, per ragioni di natura diversa.

Alcune motivazioni riguardano la parte più tecnica e meno divertente della questione, ma forse anche la più importante, ossia la questione della ‘validità’ dei dati sulla salute: una corretta progettazione delle microinteractions all’interno di un app può servire a limitare fortemente, finanche ad annullare lo spettro dell’errore umano. Parlando in termini digitali, le microinterazioni possono svolgere lo stesso ruolo che hanno svolto i poka-yoke all’interno del product design tradizionale. Tutto ciò è molto importante se si pensa che la battaglia più grande che si trovano a combattere i prodotti digitali nel settore della salute è quella della validità scientifica dei dati e l’accettabilità di questi ultimi da parte dei medici.

The difference between products we love and those we simply tolerate are often the microinteractions we have with them

Altre motivazioni afferiscono alla parte relativa alla relazione di cui abbiamo già parlato in precedenza: le microinterazioni costituiscono la componente di ‘feeling’ all’interno della relazione prodotto-utente. Esse decretano la differenza tra un prodotto che gli utenti usano e un prodotto che gli utenti ‘amano’ e che finiscono per accettare senza remore all’interno delle loro vite. In più, come già accennato in precedenza, possono far sì che l’utente trovi semplice e piacevole un’esperienza che altrimenti sarebbe difficile e noiosa. Microinteractions ben progettate possono aumentare vertiginosamente la diffusione del prodotto digitale e il grado di fidelizzazione degli utenti.

Your product’s design is only as good as its smallest part

Altre ancora fanno riferimento a un cambio di paradigma progettuale: chi intende fare business nel digital healthcare deve tenere in considerazione che per fare la differenza in un settore così competitivo e ad alto contenuto di design è che nel progettare un’applicazione mobile, un wearable device o qualsiasi altro artefatto digitale, bisogna pensare al prodotto in maniera olistica, ma anche imparare a ‘pensare in piccolo’ in quanto la percezione complessiva che l’utente ha del prodotto è la sommatoria di tante microinteractions:

Pp = m1 + m2 + m3 + … mn

Dove Pp è la ‘percezione del prodotto’ e m è la microinteraction. Come già detto più sopra, esse hanno il notevole pregio di fidelizzare l’utente ma, di contro, nascondono una terribile insidia in quanto sono ‘invisibili’, impercettibili a livello conscio.

 

Come ovviare a questo problema?

Progettare è meglio che curare. Una corretta metodologia durante tutte le fasi del product design è sicuramente una regola d’oro per limitare i rischi prima del lancio di un prodotto. Avere metodo consente di essere maggiormente predittivi e di non subire le conseguenze di aver creato più o meno consapevolmente esperienze negative all’interno del prodotto.

Definire una metodologia progettuale consente inoltre di:

  • Avere un’idea chiara della natura del prodotto che si intende sviluppare e del suo ‘utente modello’;
  • Chiarire il contesto all’interno del quale il prodotto dovrà ‘vivere’ e i tempi in cui esso verrà fruito/utilizzato;
  • Identificare le user stories per creare microinteractions ‘cucite’ sull’utente.

 

Aggiornamento del 5 Luglio 2016 – Scarica il booklet Transformation in Healthcare